And the Oscar Goes To...

And the Oscar Goes To...

Cerca e ricerca, finalmente per Sciuscià avevamo trovato un piccolo produttore. Il film gli costò dieci milioni. Egli, però, non seppe farsi fruttare l’investimento perché lo vendette immediatamente all’estero per la stessa cifra, terrorizzato dalla constatazione che all’uscita italiana non aveva incassato nulla. Il pubblico infatti era assetato di evasione, perciò faceva a pugni per vedere i western americani o i film acquatici con Esther Williams, ma disertava le sale in cui lo proiettavano, del tutto disinteressato a certe nostre dolenti realtà. Con Vittorio andai a vedere il film a Milano: la sala era semivuota. Per di più all’uscita un capofamiglia, con moglie e figli al seguito, lo interpellò con tono risentito: “Le sembra giusto di mettere in piazza le miserie del nostro paese?”. A quello schiaffo morale subito dopo se ne aggiunse un altro. Nel ristorante dove andammo a cena ci imbattemmo in Vivi Gioi, che nel recente passato era stata una star. Grandi saluti, e poi fece: “Non capisco come possa esserti venuto in mente di fare un film così deprimente proprio quando su certe cose sarebbe meglio sorvolare!”. Queste incomprensioni lo ferirono molto, tanto è vero che, avvilito e scoraggiato, per un paio di anni rimase inattivo.
Maria Mercader, intervista con Matilde Hochkofler, in “Bianco e nero”, 9 dicembre 1975.


Alla sua uscita sugli schermi italiani, Sciuscià non riscosse il successo che ci si sarebbe potuti attendere, incassando meno di sessanta milioni delle vecchie lire. Il che si risolse in un disastro per il produttore. Non molto positiva anche l’accoglienza dei critici. Tutt’accanto a un Raffaele Calzini che nella sua recensione in “Film” del 18 maggio 1946 scrive di un “capolavoro cinematografico”, si collocano le riserve di chi tagliando in tutti i punti i panni addosso a De Sica e Zavattini se ne esce con l’arzigogolo che si tratti unicamente di un “film di intenzioni” (Ermanno Contini). Non mancano evidentemente le stroncature, o qualcosa che molto loro somiglia: Orio Vergani ad esempio (“Film d’oggi”, 4 maggio 1946), dribblante tra qualche apprezzamento e le scontatissime riserve si apre la strada per deplorare l’assenza di un’idea centrale nel testo di sceneggiatura oltretutto diagnosticando un vuoto di commozione, anzi una dubbia lindura da ricreatorio cattolico che renderebbe il film inumano e astratto.
Di ben diverso tenore le valutazioni di Antonio Pietrangeli, di Luigi Comencini e di Dino Risi: “Sciuscià è un film italiano come la nostra miseria, come il nostro sole a lutto, come il nostro amore ferito” (“Milano Sera”, 29 aprile 1946). Si registrarono ovviamente altri apprezzamenti. Cominciava già allora una campagna orchestrata su vari fronti per contrastare il neorealismo in dispregio ai famigerati ‘panni sporchi’ da lavare a casa. Per nostra fortuna, Sciuscià incontrò invece all’estero un autentico trionfo. “È l’inizio di un Rinascimento”, avrebbe annotato Lindsay Anderson (“Sequence”, n. 4, estate 1948). E il francese Georges Altman lo definisce “ricco di una straziante poesia” (“L’Écran Français”, 25 luglio 1947). Da fuori Italia il successo del film sarebbe rimbalzato da noi. Così gli venne assegnato il Nastro d’argento per la miglior regia nel 1946 – a pari merito con Un giorno nella vita di Alessandro Blasetti – e anche il Gran Premio di Livorno. […]
Nel frattempo Sciuscià aveva conquistato un Oscar speciale (che venne consegnato a De Sica e a Cesare Zavattini nella serata del 31 dicembre 1947 all’Arcobaleno, un piccolo cinema romano). Così suonava la motivazione: “L’alta qualità di questo film italiano portato a vita eloquente in un Paese devastato dalla guerra, è la prova per tutto il mondo che lo spirito creativo può trionfare sull’avversità”.
Gualtiero De Santi, Vittorio De Sica, Il Castoro, Milano 2003.


Sciuscià fu, dal punto di vista economico, una sciagura per il povero Tamburella. Era costato meno di un milione di lire, ma in Italia, praticamente, non lo vide nessuno. Uscì nel momento in cui arrivavano i primi film americani, sui quali il pubblico si gettava insaziabile. Più tardi il film venne venduto in Francia per quattro milioni di lire e incassò trecento milioni di franchi. In America lo acquistarono due distributori diversi e fece la fortuna di entrambi. Ilya Lopert, che fu il primo, mi conobbe a Hollywood e mi disse: “Le devo essere grato perché mi ha fatto guadagnare un milione di dollari”. Aggiunse che aveva pagato il film quattrocentomila dollari. Sciuscià ebbe anche un Oscar, col quale si premiò “lo sforzo produttivo dell’Italia” appena uscita dalla guerra disastrosa (nonostante codesto Oscar gli americani per molto tempo fecero una gran confusione; e quando Rossellini andò a Hollywood gli attribuirono la paternità anche di Sciuscià).
Vittorio De Sica, Gli anni più belli della mia vita, “Tempo”, n. 50, 16 dicembre 1954.


Il film però non influì così tanto su di me in termini negativi, non mi fece montare la testa, perché in Italia non è che è piaciuto, almeno lì per lì. Gli stessi amici miei che ci avevano lavorato quando sono andati a vederlo dicevano: “Ammazza quant’è brutto, e che è, un film?”. Ha avuto un successo pazzesco nel mondo, ma io non ho avuto il senso del successo. In Italia non c’è stato il successo. Però sono arrivate centinaia di lettere, anche dal Giappone, e un’americana che l’aveva visto nove volte è venuta in Italia a chiedere la mia mano a mia madre! Una che più tardi ha sposato Ben Gazzara. Il successo c’è stato di critica e, solo dopo, un successo di prestigio. Allora gli italiani correvano a vedere Serenata a Vallechiara, Sonja Henie, Betty Grable...
Franco Interlenghi, L’avventurosa storia del cinema italiano, vol. I, a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Cineteca di Bologna 2009.