Emmanuelle Riva

Emmanuelle Riva

È scoprendo Emmanuelle Riva ne L'Epouvantail, una pièce di Dominique Rolin messa in scena da André Barsacq, che Alain Resnais sceglie l'attrice per il suo primo lungometraggio, Hiroshima mon amour, che la fa conoscere a livello mondiale. Dopo proseguirà la sua carriera cinematografica con registi come Gillo Pontecorvo (Kapò, 1960) e Jean-Pierre Melville (Léon Morin, prete, 1961), è premiata poi nel 1962 alla Mostra del Cinema di Venezia per la sua interpretazione in Thérèse Desqueyroux di Georges Franju, adattamento del romanzo eponimo di François Mauriac. Franju la dirige nuovamente in Thomas l'imposteur da una sceneggiatura postuma di Jean Cocteau.

Ritrova il teatro grazie a registi di fama, come Jacques Lassalle, Roger Planchon o ancora Claude Régy. Negli anni '80, gira con Philippe Garrel, Marco Bellocchio e Krzysztof KieĊ›lowski. La sua interpretazione nel film Amour (2012) di Michael Haneke è ricompensata da una Palma d'Oro al LXV Festival di Cannes, un César e una nomination agli Oscar. Per questo film riceve il Premio come miglior attrice europea e il BAFTA.



Emmanuelle Riva sul film

Il mio incontro con Hiroshima? Direi: fu banale. Ma non c'è niente di più straordinario di questa banalità. Avevo fatto il mio debutto a teatro nel 1955, ma la gente di cinema non si interessava alla gente di teatro a quell'epoca. Resnais, cercava degli attori sconosciuti al cinema. Mi aveva vista a teatro. Faceva il giro di tutti gli impresari. In questo modo ha trovato una mia foto, molto “viva”, de L'Epouvantail di Dominique Rolin, che avevo interpretato al Teatro dell'Opera. L'ha tenuta. Mi ha voluto vedere. E poi mi ha fatto fare un pezzo di prova.
Aveva una cinepresa con lui. Mi ha filmata lui stesso tenendo in mano il manoscritto del testo che dovevo dire per lui. Credo che fosse l'Héros et le soldat, di Bernard Shaw, la prima pièce che avevo recitato a teatro. Si, doveva essere quella, quindi la mia prima pièce per il mio primo film, è bello, non è vero? Poiché ero abituata alle espressioni molto marcate del teatro, dovevo avere l'aria di recitare in un film muto. Resnais non mi ha mai mostrato il risultato di questa prova. Dopo di che, mi ha fatto una serie di foto, nelle strade di Parigi. Delle foto molto belle. Le ho viste. E, qualche giorno dopo, mi ha assunta. Ha immaginato facilmente che sarei andata bene nella storia che voleva far vivere con la mia persona. Il solito processo, evidentemente, ma senza esitazioni. Mi sembrava sbalorditivo, perché il cinema era per me un ambito sconosciuto.
Ho incontrato Marguerite Duras poco tempo dopo. Non ci siamo viste molto. Ho dovuto sembrarle qualcuno di plausibile. Non è venuta in Giappone. Credo che lei abbia voluto al contempo essere la e non esserci, che abbia avuto paura di vederci vivere la storia che lei aveva scritto.
Ho raggiunto Resnais a Tokyo qualche giorno dopo l'arrivo dell'équipe in Giappone. Faceva un caldo terribile. Il mio vestito si incollava al corpo. Nel taxi che ci conduceva in hotel, Resnais mi disse: “Non sono sicuro che riusciremo a fare il film”. Io ero in ansia... Resnais è così. Quando il film fu terminato, disse: “Può essere solo per la Cinémathèque”.
Le riprese furono una cosa magnifica. Io non ero assolutamente imbarazzata dalla macchina da presa, non mi preoccupavo per niente. Il gruppo dei tecnici era un gruppo di persone che mi rassicuravano. È uno dei rari film in cui non ho avuto l'impressione di girare. Non riesco a immaginare di non vivere quando sto fingendo di vivere. Se non vivo, non sono felice. E preferisco essere felice.

(Hiroshima mon amour, “Cinéma 80”, luglio-agosto 1980)