I Saw It: nascita di un cult

I Saw It: nascita di un cult

Io dico sempre che Eraserhead è il mio Scandalo a Filadelfia. Gli manca solamente Jimmy Steward!

(David Lynch)

 

Ignorato dalla maggioranza di critici ed esperti di cinema sperimentale, film d'arte ed exploitation - nonostante possieda alcuni tratti in comune con tutte e tre le categorie (o forse proprio per questo) - e trattato in maniera sprezzante da gran parte della stampa mainstream dell'epoca, Eraserhead trovò il suo ristretto pubblico solo grazie alla pazienza e alla dedizione del suo distributore, che continuò a organizzare proiezioni nel circuito dei cinema notturni per molte settimane ben prima che il film diventasse qualcosa di simile a un oggetto di culto.
(Jonathan Rosenbaum)




La proiezione al Filmex ha tuttavia un seguito fecondo: suscita infatti l'entusiasmo e l'interesse del distributore Ben Barenholtz, lo stesso che ha inventato, con film come El Topo di Jodorowsky, il fenomeno del film-culto per proiezioni di mezzanotte. La sua tattica consiste nel passare per un lungo periodo film che il pubblico deve scoprire a poco a poco, senza investimenti promozionali che rischierebbero di stroncare il fenomeno sul nascere. Nel 1977, Lynch si reca dunque a New York con Mary, e passa due lunghi mesi a controllare la stampa di una buona copia (operazione che da sempre costituisce il suo incubo, e infatti in seguito criticherà violentemente quelle di Elephant Man).
Per l'occasione, Barenholtz scopre con una certa sorpresa l'aspetto da bravo ragazzo di Lynch, così poco newyorkese, incapace di farsi coinvolgere in una discussione intellettuale, e abituato ad andare a letto alle dieci di sera (ma forse doveva soltanto recuperare la fatica accumulata in tante notti passate a realizzare il film).
Il film esce a New York al cinema Village nell'autunno del 1977. La prima sera fa venticinque spettatori e la seconda ventiquattro. Ma le previsioni di Ben Barenholtz finiscono per realizzarsi: programmato tutti i sabati sera a mezzanotte, trova un pubblico e costruisce la sua leggenda. "I saw it", dice il distintivo del suo fan-club. Il cineasta John Waters aiuta Lynch dichiarando che Eraserhead è il suo film preferito durante una proiezione di una delle sue opere.
Eraserhead
passerà poi in un altro cinema del Greenwich Village, il Waverly, dove resta in programmazione fino a metà settembre del 1981. Nel 1982, Ben Barenholtz aveva trentadue copie del film in circolazione nel mondo intero.
Presentato ad Avoriaz nel 1980, il film vince un'Antenne d'or e il Premio della giuria (presieduta da William Friedkin). I critici francesi ne sono affascinati e sconvolti, ma alcuni in realtà soltanto sconvolti perché vedono nel film un fastidioso esercizio sperimentale che ricollegano all'avanguardia newyorkese o al teatro dell'assurdo. Il film diventa un oggetto unico, anche per coloro che non l'hanno mai visto, ma ne hanno sentito parlare in termini stupefatti (il nostro primo approccio al film, prima di scoprirlo al Waverly, è frutto dei racconti di amici che ne descrivevano minuziosamente l'ambiente sordido). Corre voce che Kubrick se lo sia fatto proiettare varie volte nel suo rifugio in Inghilterra, per capire i segreti di fabbricazione del neonato, e abbia dichiarato come sia l'unico film che avrebbe voluto dirigere egli stesso.
(Michel Chion, David Lynch, Lindau, Torino 2000)




Kubrick mi fece il complimento più bello. Poco prima di iniziare le riprese di The Elephant Man, in Inghilterra, arrivarono sul set alcuni tizi della Lucas Films. Si erano fermati a far visita a Jonathan Sanger ed erano passati a salutarmi. Stavamo chiacchierando all'entrata dei Lee International Studios, a Wembley, quando a un certo punto dissero: "Siamo felici di averti incontrato, David, perché l'altra sera eravamo a Elstree con Kubrick. Abbiamo discusso un po', e poi lui ci ha chiesto: 'Ragazzi, stasera vi va di venire a casa mia a vedere il mio film preferito?'". "Certamente!" risposero; ci andarono, e il film in questione era Eraserhead. Per me fu una botta di euforia, poiché ritengo che Kubrick sia uno dei più grandi registi di tutti i tempi. Praticamente ognuno dei suoi film sta nella mia top ten. [...]
John Waters è stata un'altra persona che mi ha aiutato moltissimo. Uno dei suoi film stava per uscire, non ricordo esattamente quale fosse, e lui si era già fatto un nome negli ambienti underground. Gli fecero un'intervista, ma non fece parola del suo film: disse soltanto che bisognava andare a vedere Eraserhead! La cosa fu di grande aiuto al film, che fu programmato regolarmente in diciassette città. A quei tempi, ma sfortunatamente non più oggi, le proiezioni di mezzanotte andavano davvero forte; per esempio al Nuart, qui a Los Angeles, tenne il cartellone per quattro anni. Si trattava solamente di una sera alla settimana, ma durante tutti gli altri giorni il manifesto rimaneva esposto; perciò, che la gente l'avesse visto oppure no, si parlò di Eraserhead per oltre quattro anni. Mi piacerebbe molto che quest'abitudine si ristabilisse: ci sono un sacco di film che potrebbero sfondare, se solo avessero questa opportunità.
(David Lynch, Io vedo me stesso, a cura di Chris Rodley, il Saggiatore, Milano 2016)




Oggi che Eraserhead fa parte, per noi, della serie di film targati Lynch, può aver perso l'aspetto cult movie dei suoi esordi. Questa dimensione andrebbe riguadagnata, poiché il contesto di appartenenza del film è proprio quello, momento terminale di un concetto di underground scioccante, ben studiato da 'cultisti'come Jonathan Hoberman, Jonathan Rosembaum o Denis Peary. Il cult movie, come noto, è un film che convive a fatica con la nozione di 'autore' poiché si dà come espressione unica del rapporto diretto testo/spettatore, senza tante mediazioni critiche o accademiche né chiavi d'accesso categoriche come la politique des auteurs. La forza di Eraserhead è probabilmente più nel suo impatto e nella sua unicità a suo modo 'datata' che non nella iscrizione dei suoi temi e figure dentro la poetica di Lynch, del resto certa e ampiamente dimostrabile. Quel 1976 è dunque l'inizio di una cinematografia che da subito intende rinunciare all'idea di immaturità/maturità, sperimentalismo/classicità, underground/overground.
(Roy Menarini, Il cinema di David Lynch, Falsopiano, Alessandria 2002)